Varazze

Sono seduta a un tavolino rosso in legno. C’è un ragazzo accanto a me, il fisico sciupato di chi mangia in modo irregolare e forse ha qualche problema di alcol, visto il secondo whisky preso. Fuma lentamente una sigaretta. Lo osservo con gli occhi di un umano che guarda un altro essere umano e si pone domande.

Varazze, ad ottobre, ha poca gente e, se si è fortunati, temperature miti.

Ha un pugno di stradette che s’intersecano, con un mucchio di locali per pranzare, bere qualcosa, prendere una focaccia al volo.

La camminata che costeggia il mare è affiancata dalla strada e sinceramente non è un buon posto per passeggiare. Molto meglio sfuggire alla calura e al caos delle auto perdendosi tra i vicoli, che poi … perdersi … alla fine ci si ritrova sempre.

Passeggio, esploro, catturo ogni frammento, alcuni più volte. So che ne ho persi molti.

Ho sempre amato la Riviera Ligure per i colori dei loro edifici e per i dettagli che li caratterizzano e che li fanno sembrare un lascito degli antichi fasti, sebbene dubiti per molti un’età superiore al cinquantennio.

Mi siedo su uno scoglio al molo dei Marinai d’Italia e contemplo il mare un tempo sufficiente perché il legame diventi d’acciaio. Ascolto la sua voce, mi perdo nelle sue sfumature increspate di azzurro.

C’è una colonia di gabbiani immobili sull’acqua: un simposio che dura l’intero pomeriggio e si conclude all’arrivo del vento o alla prossimità del tramonto.

Ci sono posti fatti per restare immobili, per respirare profondamente e ispirare gli odori. Posti scanditi dai tempi vuoti che non vanno riempiti, ma lasciati così come sono. Saranno pieni dei colori degli scogli che mutano con i cambiamenti della luce, dello sciabordio delle onde e dei sussurri delle persone, di una coppia vestita in coordinato che si scatta una foto, dell’adolescenza di un gruppo di ragazze che, sedute, parlano – le teste vicine – di momenti effimeri.

Sono venuta a Varazze a Ottobre perché speravo di vedere il mare in autunno, sentirne il canto di battaglia al crescere del vento, essere incantata dalle sfumature metalliche che le sue acque assumono quando c’è quel cielo e quella luce.

E l’ho trovato.

Il fragore delle onde sovrasta ogni voce. Una nave scivola solitaria sulla brillante linea dell’orizzonte: il punto ideale in cui il mare incontra il cielo. Le onde si fanno sempre più rumorose, crescono e ora oltrepassano la prima linea delle sdraio vuote. Una coppia anziana cammina mano nella mano sulla spiaggia. Le lunghe canne da pesca si stagliano in controluce, con accanto i pescatori pazienti. I surfisti vanno incontro alle onde.

Volevo fare colazione in un posto che fosse vicino al mare, che mi permettesse di sentirlo, di viverlo e ho trovato il posto perfetto. Il Bar Nettuno quasi non lo noti: ha la classica terrazza con i tavoli, ma anche un piccolo balconcino con spazio per appena tre tavolini da bar. Ecco, il tavolino che da sul mare, sul balconcino che non si caga nessuno … quello è il posto perfetto.

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La bellezza dell’altrove

Molte persone viaggiano, ma non tutti sono viaggiatori e pochissimi possiedono uno spirito errante.

Si viaggia per lavoro, per partecipare a un determinato evento, per raggiungere un’altra persona o un luogo. Oppure, perché quelle sono le uniche due settimane che ti sono state concesse in tutto l’anno e vorrai mica passarle a casa? Ad agosto? E attirarti i sospiri e i Ah, ma stai a casa?! Non riesci ad andare al mare una settimana?

Anche la vacanza ad agosto può tramutarsi in un dovere, a volte.

Non saprei dire, con esattezza, quando si comincia a definire qualcuno viaggiatore. Forse, il fulcro non è l’arrivo, ma la partenza. Il momento in cui una persona decide di partire. Forse è uno stato mentale, la “mente del viaggiatore“.

Per quanto mi riguarda, alla base dei miei viaggi c’è la necessità di essere altrove. È il primo input, la scintilla che mi porta a cercare mete papabili, ed è ciò che porta la mia mente sempre da un’altra parte, anche quando sono fisicamente presente. Sembra quasi l’eco atavico di un’epoca remota in cui non si apparteneva a nessuna terra.
Insomma, i viaggiatori viaggiano: viaggiano con la mente, con il corpo. Sono sempre da qualche altra parte.

La bellezza che si può trovare, le diversità che si incontrano sono tutte cose che vengono dopo. La prima è “essere altrove”. È come se i confini in cui la società lo ha posto siano troppo stretti. Anzi il viaggiatore non vuole confini, di nessun tipo.

Noi viaggiamo, e lo spirito errante ambisce ad andare da qualche parte, a vedere qualcos’altro.

Io non ho una storia familiare dedita ai viaggi da raccontare. Sono cresciuta in una quotidianità indistruttibile. Le uniche volte in cui si andava via, accadeva sempre qualcosa che rovinava la gita fuori porta.

Io non conoscevo la dimensione del viaggio e le persone che mi erano accanto appartenevano alla primissima categoria, quella che viaggia perché deve.

La prima persona che mi ha mostrato la dimensione del viaggiatore è stata E.. Per me è stato una sorta di “oh, ma allora si può andare altrove anche fisicamente!”.

Ma non potevo.

C’erano stati degli episodi.

Ho avuto il mio primo attacco di panico intorno ai ventidue, ventitré anni. Non ricordo con esattezza, ma ricordo perfettamente il terrore. Non so se sia meglio avere un attacco di panico senza una motivazione specifica, o se averlo perché si verifica una determinata cosa. Nel primo caso, l’imprevedibilità annienta, ma nel secondo caso, si è paralizzati.

Si entra in un loop. Tu sai che una certa cosa ti causerà una crisi, quindi fai di tutto per evitarla.

Io stavo male quando mi perdevo. L’assenza di punti di riferimento, l’incapacità di trovare una strada, mi terrorizzava. Avevo pensieri assurdi. Credevo di morire.

Forse se avessi agito per tempo quando si era verificato quell’episodio non sarei stata anni a guardare fuori dalla finestra.

L’episodio che però determinò il mio completo annichilimento, accadde anni dopo. Mi persi in una zona desolata, dove tutte le cose ai miei occhi sembravano uguali. Poco valeva il fatto che chi era al mio fianco cercasse di tranquillizzarmi. Io non sentivo ragioni. Il mondo stava per finire. Eravamo in un luogo dal quale non saremmo mai più usciti. Avremmo continuato a girare, e girare, e girare e alla fine saremmo morti.

Dopo, io ho smesso di muovermi. Andavo solo in luoghi conosciuti. Se ero costretta ad andare da qualche parte chiedevo a qualcuno di accompagnarmi e se non poteva, rinunciavo. Inventavo scuse per non muovermi.

All’inizio, gli altri non capivano cosa ci fosse di così difficile o di così terribile. Quando compresero che il mio non era solo un capriccio, ma c’era davvero qualcosa che mi faceva stare male, hanno iniziato a venirmi incontro: ci si trovava in posti che io potevo raggiungere facilmente, mi passavano a prendere, cose così…

Ci ho messo anni per superare la paura che scaturisce dall’attesa dell’attacco di panico. Quella che ti impedisce fondamentalmente di fare qualsiasi cosa perché qualsiasi cosa potrebbe essere la miccia.

E altrettanti anni, a fidarmi – sembra una cosa stupida – di un mezzo utile per quelli come me come il navigatore satellitare.

E ci stavo male, perché era come se non potessi essere me stessa. Ero uno spirito errante incatenato dalla paura di errare.

Beh, e adesso che ho aperto questo blog, ho smesso di avere paura?

Assolutamente no, c’è sempre l’ansia. Il timore che un giorno imboccherò una strada sbagliata e mi troverò in un posto che i miei occhi vedranno come il luogo dove il mondo finisce.

Ci ho messo tanto, davvero tanto a trovare il coraggio. Ho guardato così tante volte in faccia la mia paura. E l’ho scalfita, giorno dopo giorno, anno dopo anno. E continuo a scalfirla.

Credo che sia stato proprio il desiderio di sconfiggere i miei limiti a rafforzare il mio spirito di viaggiatore.

So che esistono persone che non osano viaggiare da sole perché hanno paura, si sentono a disagio, non hanno mai provato … E poi che faccio, tutto il tempo da solo?

Questo blog l’ho aperto anche per loro. Per tutte quelle persone che fanno seguire all’affermazione Cavoli, che bello sarebbe andare lì. i ma e i però.

Se attraverso i miei ricordi condivisi, le mie esperienze, i miei scritti io riuscissi a mostrarvi la bellezza dell’altrove, allora potrò dire a me stessa: Ben fatto!

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Viaggio a Parigi

Il Pantheon non è un luogo frequentato.
Davanti a me, il dipinto – credo – di Giovanna d’ Arco. Ha piovuto e io ho un abbigliamento alquanto discutibile. Immagino che debba essere illuminata, tornare a casa con la chiave della mia esistenza.
Sono qui perché c’è il Pendolo: il punto fermo dell’universo. Il primo aggettivo che mi viene in mente è “ipnotico“.
C’è anche parecchia gente morta, gente importante per la Francia. Credo di aver parlato con una decina tra generali, capitani, conti e baroni. Beh, io li salutavo: Salut, Monsieur … tal de tali … loro erano poco loquaci .

Aspetto il secondo giorno per prendere la metro perché non mi fido del pass che mi hanno spedito, mi sembra troppo piccolo. Un po’ come le previsioni del tempo. Così cammino un giorno intero per il Quartiere Latino, l’Île de la Cité, l’Île St. Luis.
Ben presto mi accorgo di quanto i parigini siano scostanti: ti lanciano occhiate furtive. C’è quasi un velo di astio nel modo in cui lo fanno, come se a loro non importi affatto mostrarsi cordiali.

Cerco dei posti dove mangiare che mi ero segnata, ma è agosto e ovviamente li trovo sempre chiusi, senza contare quelli che fanno orari improponibili per noi italiani. Dove si è visto un posto per fare colazione che apre alle 10.30? Io alle 10.30 lavoro già da due ore! Ma come dicono i romani: “Quando sei a Roma, mangia alla romana!” mi sono adattata. Comunque era primo pomeriggio, quindi, il mio discorso non ha senso. Decido di sedermi da Pret à manger, in Rue La Fayette, che in certe città, è un po’ come Starbucks: ti salva sempre!

Una delle cose più interessanti del Louvre sono i turisti e la loro ossessione per farsi ritrarre nella stessa posa. Si atteggiano in pose da equilibristi sui cubi disseminati nello spiazzo davanti alla piramide. Un po’ come quelli che a Pisa reggono la torre con un mano. Sorrido nel vederli e catturo gli istanti altrui in uno scatto. Passo oltre, perché i musei come il Louvre hanno il difetto di toglierti vagonate di tempo e ci vuole un po’ per riprendersi dalle dimensioni ridotte della Gioconda.

La pioggia cade e i palazzi si specchiano nell’asfalto di questa strada che mi sta conducendo alla Torre. Non ho una prenotazione e ci sono già salita quando ad aprile del ’99 il countdown annunciava la fine del mondo. Ci arrivo attraverso il parco e cerco il punto più vicino perché voglio sentirla, sapere se è veramente il centro del male. Ma è solo una torre. Un gigante di ferro.

Sono seduta a mangiare una crêpe da Elo Bastille in Rue Saint-Antoine. Il rumore delle auto, le voci delle persone sono piacevoli. Quasi. Bevo té caldo. Accanto a me, una donna. Una turista. Parla inglese. È una donna che viaggia da sola. Ha un caschetto nero. È elegante. Una macchina fotografica forse costosa. Sta lottando con la crêpe come ci ho lottato io cinque minuti fa. Te la servono arrotolata come nell’Incantevole Creamy. Per inciso, quella crêpe era buonissima. Quando questa primavera sarò a Parigi – salvo eventi indipendenti dalla mia volontà – ci tornerò sicuramente. Ad essere sincera avevo puntato un’altra creperia, che secondo tripAdvisor offriva una crêpe superlativa, però appena ci ho messo piede sono stata sbalzata indietro dall’odore di cose cucinate e non é stato piacevole.

Sono, appena, passati due ragazzi, a dir tanto vent’anni. Lui ha sorriso all’altro in un modo assolutamente adorabile. Forse era il suo ragazzo. Forse erano solo amici. Non lo saprò mai. Li ho trovati semplicemente bellissimi.

E poi, spesso, mi fermo ad ascoltare i parigini parlare. Hanno una cadenza quasi musicale. Stirano le vocali come se cantassero. Non quanto i clochard, però. Loro cantano e s’addormentano sulle grate da cui esce aria calda. Anche io camminavo sulle grate perché faceva freddo.

Paris

Mi sono svegliata alle 5.15 per vedere l’alba. Cammino per le vie di Parigi vestita come un giovane spacciatore di crack. La felpa comprata di traforo in Rue de Rivolì perché la sottoscritta non ha dato credito alle previsioni del tempo. Le strade buie. Le luci dei lampioni calde. Mi siedo sul Ponte dell’Arcivescovo ad attendere l’ora blu. Nelle mie intenzioni: rendere omaggio alla ricerca sugli effetti della luce di Monet. Ma ci sono le nuvole, la giornata è fredda e non so che effetto farà il chiarore dell’alba. Ma è un timore infondato ed io m’incanto davanti allo splendore che Notre Dame assume quando la luce sta nascendo. La fisso da ogni angolo, la contemplo come un devoto privo di dio, nel silenzio, prima che i turisti arrivino.
Attendo che le porte si aprano e sono sopraffatta dalla luce che si infrange sulle vetrate, dall’altezza che piomba dall’alto, da tutta la sensazione di assoluto splendore che commuove e annienta.

I giardini a Parigi sono immersi nella quiete, nonostante l’afflusso dei turisti. Siedo indossando cinque strati di abiti in un Giardino del Lussemburgo dove le foglie d’autunno crepitano ad agosto. Perdo tempo perché Parigi è una città in cui tornerò sempre. Ho appreso che non è diverso, che io continuo ad essere il centro del mio mondo anche se le parole sono piene di accenti.
Non voglio alzarmi. Voglio chiudere gli occhi, ascoltare il silenzio framezzato dalle voci, dal frullio di ali.

Siamo convinti che il linguaggio sia importante e intendiamoci conoscere bene una o più lingue straniere aiuta, ma quando non hai la possibilità di comunicare, ti rendi conto che prima delle parole c’era altro.

Sono seduta in Place du Trocadero a Le Malakoff a far colazione. Una colazione sostanziosa. Andrò poi ai giardini perché dal Trocadero la vista della torre è la migliore, quando ti lasci alle spalle le Palais de Chaillot. Sto mangiando troppe uova. Qui mettono le uova ovunque. Le persone tendono a fermarsi in un posto dove è già seduto qualcuno. Non vogliono prendersi la responsabilità. Nella mia spremuta d’arancia c’è un cubetto di ghiaccio. Ho preso un analgesico.

Orsay

Le Musée d’Orsay per me è un luogo positivo. Non so se sia legato al luogo in sé, o al fatto che ci siano tutte quelle opere d’arte, ma sono felice quando entro a Orsay. Per chi non è un patito dell’arte classica come la sottoscritta, è il Paese delle Meraviglie. E c’è sempre poca gente.

Cammino lungo i Quai che costeggiano la Senna. Mi sono lasciata alle spalle l’Ȋle de la Cité. Le persone accanto a me ballano vecchie canzoni francesi in riva alla Senna e i ragazzi siedono a bere birra. Un uomo mi ha chiesto spiccioli in francese.

Lascio Parigi e il cuore va in pezzi. Lo ricompongo, ma alcuni li ho lasciati qui. In pegno alle campane di Notre Dame che rintoccano dans l’aprés-midi. Allo splendore gotico delle sue chiese. Ai riflessi opulenti sulla Senna. Ad Orsay e al suo orologio. Li lascio rannicchiati nel piccolo Teatro degli Automi nel Musée des Arts et des Métiers, con gli occhi chiusi a incantarsi come un enfant d’autre temp.

Cose imparate a Parigi.

  • I semafori pedonali funzionano, ma nessun pedone li rispetta e in questo non c’è molta differenza con Milano
  • Non ordinare mai pasta – in quel momento devo aver dimenticato di essere all’estero
  • Esiste l’accattonaggio libero
  • Bastano una manciata di parole e occhi buoni per sopravvivere
  • Alcuni treni del metrò si aprono manualmente. I francesi scendono in corsa. Il turista si adegua. E la metro ti porta ovunque.
  • È prassi sedersi in riva alla Senna con un cartone di birra all’approssimarsi dell’ora d’oro
  • Uova, ci sono uova ovunque.
  • È vero che sei snobbato se non parli bene francese.

Notre Dame

Sono arrivata a Parigi in un pomeriggio caldo. Lo zaino-valigia in spalla – una cosa fichissima a metà tra una valigia e uno zaino per quelli come me che non sopportano di partire con lo zainetto e l’obiettivo “raggiungere l’albergo” stampato in testa. Dopo sette ore di treno avevo necessità di colonizzare temporaneamente qualcosa.

La comunicazione tra me e il tizio dell’albergo è stata diretta ed essenziale: un misto d’inglese e francese. Per la serie: capiamoci!

Il TGV è un’alternativa all’areo se si ha voglia di vedere il paesaggio ed io avevo voglia di vedere il paesaggio. Ma non lo rifarei una seconda volta.

Il mio albergo era a ridosso del Quartiere Latino e una ventina di minuti a piedi , forse meno, da l’Île de la Cité. Ero sempre lì. A Notre Dame. L’ho vista con tutte le possibili sfumature.

Parigi va assaporata e va amata così com’è. E’ una di quelle città che ami o odi a prima vista. Ti rendi conto che è una città costruita a tavolino quando ne osservi la cartografia e la perfezione maniacale delle intersezioni delle strade. Ma questo artificio non toglie assolutamente alla sua bellezza.

Basta semplicemente camminare e lasciarsi affascinare; entrare nelle chiese gotiche e reclinare la testa a contemplare l’infinito che si dipana dalle volte; sedersi su una panchina in uno dei parchi a perdere tempo; far colazione con calma e pranzare con una zuppa di cipolle o un paio di omelette.

E poi c’è la Senna a Parigi. E ci si inchina al cospetto della Senna.

La Senna è fortunata
Non ha preoccupazioni
E quando va girando
Lungo i suoi canali
Col suo bel vestito verde
E le sue luci dorate
Notre-Dame gelosa
Immobile e severa
Dall’alto di tutte le sue pietre
La guarda di traverso.

Jacques Prévert

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Chi ben comincia …. non è detto che finisca bene.

La prima domanda che mi sono posta è stata:
C’è davvero bisogno di un blog che parla di viaggi?
La seconda domanda è stata:
Perché vuoi creare un blog specifico per parlare di viaggi?

Ci sono n blog inerenti alla tematica viaggi. Alcuni hanno vita breve, nascono sulla scia dell’imitazione.
Si naviga in rete, perdendo tempo o all’effettiva ricerca di informazioni, ci si imbatte in un uno, due, tre travel blog e scatta – non è detto – una molla in testa che ti fa pensare Carina l’idea. Anche a me piace viaggiare. Quasi quasi ne creo uno anche io.

Sulla scia dell’entusiasmo, si comincia.

Mi sono sforzata di capire cosa spinge una persona ad aprire un blog di viaggi. Al di là di un probabile ritorno economico che taluni potrebbero avere, mi piace pensare che quasi tutti aprano un blog di viaggi per spirito di condivisione.

Io possiedo una cosa bella, in questo caso, un’esperienza. Poiché questa esperienza mi ha arricchito e mi ha reso una persona migliore, io desidero rendere partecipi gli altri di quest’esperienza, affinché passi da me, a loro.

Questa è la prima ragione che mi ha portato a creare questo blog.

Quando desideri condividere qualcosa, speri che il tuo messaggio arrivi e perché ciò avvenga il messaggio deve comunicare, deve essere efficace. E’ necessario definire una forma che renda il tuo blog riconoscibile.

Pertanto, mentre scrivo questo post, sto riflettendo sulla questione: Cosa rende un travel blog migliore di cento altri?

Escludendo la posizione privilegiata sui motori di ricerca, le strategie di marketing & assimilati … sono arrivata, in questo momento, alla conclusione che due sono le cose fondamentali: la costanza e l’originalità nella forma-contenuto.

La costanza o ce l’hai o non ce l’hai. In questa, come in tutte le altre cose.

Per quanto riguarda l’originalità nella forma-contenuto, ho notato che i blog si dividono, fondamentalmente, in due gruppi.
Quelli che si concentrano sulle informazioni pratiche: itinerari, posti dove mangiare o dormire, cose da vedere. In pratica, fanno le veci di un sito del turismo, con l’unica differenza, che vi aggiungono delle opinioni personali.
Quelli che desiderano trasmettere un’emozione e, in questo caso, ognuno ha il suo modo. C’è chi racconta aneddoti, chi posta fotografie, chi si concentra su uno o più particolari, estrapolati dalla massa di ricordi inerenti alla medesima esperienza.

Se io scrivo un post sul mio viaggio a Londra (esempio) cosa sto cercando di comunicare? Qual è il mio messaggio?
Hai visto che “figa”.
Oppure
Hai visto che “meraviglia”.

Sembra la stessa frase, a parte l’aggettivo, ma in realtà sono due frasi nettamente distinte. Nel primo caso, il centro sono io. Nel secondo caso, il centro è la città.

In questo momento, vi confesso è come se fossi davanti a un grosso tavolo sul quale sono disposti tutti gli ingredienti possibili e stia decidendo quali usare per creare qualcosa. Ogni ingrediente è stato già stato utilizzato innumerevoli volte. Tutte le combinazioni sono già state esplorate o così sembrerebbe.

Ma se così fosse, non ci sarebbero più film, non si sarebbero più libri, o canzoni. Se fosse vera una legge in base alla quale più una cosa è presente meno valore ha, allora smetteremmo di fare qualsiasi cosa.

Forse, è più vero affermare che più una cosa è diffusa, amata, più possibilità si ha di trovare qualcosa di migliore. Per fortuna, l’essere umano è portato a perfezionare sé stesso e le cose che lo riguardano.

Ergo, questo blog sarà come tutti gli altri millemilla?
Probabilmente. Non lo so. Ora come ora, non so assolutamente cosa sto creando. Ho un’idea. Un qualcosa che si dipana. Una sorta di messaggio.

Chi sono?
La stessa dell’altro blog.
Posso dirvi chi non sono. Non sono una viaggiatrice veterana. Non sono una di quelle persone che è salita prima su un aereo di camminare.
Oddio, quello sì, a ben pensarci.
Quindi, sono una viaggiatrice o non lo sono?

Ho un mio trascorso, una storia nella quale altre persone potrebbero riconoscersi. Mi piacerebbe raccontarla, così da farne una cascata di glicini a un balcone.

Ci sono molte voci, la mia è questa.

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